Zuppa di niente

Si parla sempre di se stessi…

Nella vita, in ogni cosa che si fa, ogni gesto dice di noi, del nostro modo di porci, di stare nel mondo. E ogni cosa che raccontiamo la raccontiamo con la nostra voce, e nel raccontarla – sia essa cronaca o pettegolezzo – ci da la possibilità di rispecchiarci in essa.

Nel teatro per un attore avviene lo stesso: si parla sempre di noi stessi, e ogni cosa ci può parlare.

È solo questione di distanza.

Così anche una favoletta, una “zuppa di niente” racconta qualcosa: qualcosa degli attori che la mettono in scena, e agli attori che sono in scena.

E al pubblico che li ascolta.

Poca cosa, la nostra “zuppa di niente”.

Ma con essa senza accorgerci abbiamo attraversato le trame di tematiche sorprendentemente attuali in questo luogo e in questo momento (sto parlando di carcere o della società? Quella di Expo 2015 intendo. Forse di entrambe)

Parla di cibo, di condivisione, di generosità e avarizia. Tematiche che in una certa ottica oserei definire ecologiche.

Parla di un Gatto e di una Volpe, sotto nuove vesti rispetto a Collodi. Ma si sa, il lupo perde il pelo ma non il vizio, e quindi questa favoletta parla di modi più o meno “sgamati” per arrivare a delle risorse, alimentari in questo caso. Tematica che con dei detenuti oserei definire trasversale.

E di un deserto di Noncenulla, in cui Non c’è nulla. Nulla, niente, nada de nada (che qui a Busto siamo internazionali davvero). Un posto che assomiglia tremendamente ad un tranquillo mare d’inverno, ma ricorda anche il deserto di una cella in cui cammini avanti e indietro o fai flessioni per non perderti.

Di tutto questo però non vi parliamo apertamente nello spettacolo, che è quel che è, una storiella tradizionale, divertente e cadenzata che ben si è prestata a diventare anche un valzer, di cui siamo grati a Sebastiano Mangiafico, agente di sicurezza della C.C. di Busto.

E non ne abbiamo parlato nemmeno troppo tra di noi. Forse gli stessi attori del gruppo si muovono ignari tra queste maglie di profondità.

È una scelta di distanza: il teatro ti può tirare dentro per i capelli e metterti faccia a faccia con un tema, un’emozione, un problema, oppure te lo può far sfiorare, guardare di lontano, come le fiabe.

Ma non per questo è meno efficace.

Si è scelto di non aggiungere pensiero o riflessione alle parole e ai personaggi, semplici, definiti, ai ruoli archetipici.

Nella convinzione che il fare, il dire, il recitare, l’agire (il dramma) siano comunque potenti.

Soprattutto per chi li fa, se nel suo percorso qui dentro è disposto a trovare spazi per lasciare agire gli stimoli che, anche in questo deserto di Noncenulla, sono offerti e possono germogliare in atti di creativa trasformazione (di sé).

La Casa Circondariale di Busto Arsizio

La Casa Circondariale di Busto Arsizio, diretta dal Dott. Orazio Sorrentini, è situata in via per Cassano n. 102.

Essa, destinata a detenuti di sesso maschile, ne ospita attualmente circa 370.

La maggior parte di loro ha commesso reati contro il patrimonio o legati al traffico di sostanze stupefacenti. Molti provengono da paesi poveri e disastrati.

Solo una parte dei detenuti qui ristretti risulta condannata, gli altri sono in attesa di giudizio nei diversi gradi del processo.

L’età media è piuttosto bassa e il periodo di carcerazione limitato a pochi anni.

Nella Casa Circondariale sono organizzate numerose attività che permettono l’umanizzazione della pena e sono funzionali al reinserimento del detenuto: sono organizzati corsi di alfabetizzazione, di formazione professionale, d’istruzione primaria e superiore, un laboratorio teatrale.

La gestione complessiva della Casa Circondariale è affidata al lavoro di circa 300 persone, coadiuvate efficacemente da figure esterne all’Amministrazione Penitenziaria.