Il progetto

Per definire il senso di questo progetto teatrale, mi permetto di allegare alcuni estratti della mia tesi di diploma in Drammaterapia “DIETRO LE SBARRE. ESPERIENZE DI TEATRO E DRAMMATERAPIA NELLA CASA CIRCONDARIALE DI BUSTO ARSIZIO”.

>Una Drammaterapista dietro le sbarre:

Entro ed esco dal carcere dal 2008.

I miei reati? Reiterati tentativi di fare arte, educazione, terapia.

La prima volta che sono entrata nel carcere di Busto Arsizio me la ricordo perfettamente. Lo squallore dell’edificio, un blocco grigio e anonimo, alti cancelli all’ingresso.

Il passaggio dal primo blocco, e da lì in poi tutti i controlli: documenti, perquisizioni, sguardi, domande. La cortesia e la formalità, le gerarchie che si intuiscono immediatamente, l’ossequioso rispetto. Questo ai piani bassi, dove ci sono gli uffici e gli agenti e gli educatori.

Poi altri cancelli, e tanti San Pietro con chiavi pesanti, si apre un cancello e se ne chiude un altro alle tue spalle. E rispettosi saluti e presentazioni. Uno sguardo fugace gettato all’interno delle tre celle della sezione “transito”, le uniche accessibili agli occhi dei visitatori. Colgo al volo solo i tre letti a castello, e un piccolo tavolino. Poi col tempo avrò la possibilità di guardarci dentro con più calma e soddisfare la curiosità, ma ora il mio imbarazzo non me lo consente, sto spiando nell’angusto spazio privato di uomini rinchiusi lì.

Infine l’ingresso al Piano Socialità dove si tengono tutte le attività educative e ricreative dedicate ai detenuti, e dove si svolgeranno anche gli incontri del laboratorio teatrale che condurrò. E dove per la prima volta incontro dei carcerati. Eccoli qui i criminali, i delinquenti, i cattivi insomma, chissà se hanno spacciato, rubato, o addirittura ammazzato qualcuno. Ed ecco qui il gruppo con cui lavorerò. Sono semplicemente uomini. Uomini, ragazzi, persone così normali. C’è anche qualcuno di veramente carino, che se non fosse chiuso qui, lo inviterei a bere una birra. Che strana impressione. Iniziamo a muoverci, dai, che forse è meglio. E ci si chiariscono a tutti le idee.

É il 2008, e su invito di uno degli agenti di rete che coordina alcune attività di risocializzazione all’interno del carcere tengo un ciclo di sette incontri di teatro, “giusto per vedere come va”.

Di quei primi incontri resta il nome che quel gruppo aveva trovato per se stesso: “Teatro Internazionale di Libertà e Speranza”. Questo nome raccoglie tutte le istanze che hanno caratterizzato ognuno dei percorsi di laboratorio che si sono succeduti negli anni a venire. Perché

si è fatto teatro, in un contesto assolutamente internazionale, poiché i detenuti che hanno partecipato ai laboratorio erano di molte nazionalità differenti, e l’esperienza del fare teatro ha significato per loro vivere momenti di libertà, ed ha accresciuto la speranza in una possibilità di futuro migliore – non un futuro a lungo termine, ma il futuro imminente della vita da reclusi, nella quale durante i periodi del laboratorio si sono aperte prospettive nuove.

Quei primi incontri andarono piuttosto bene, si aprì la strada per un’esperienza che ancora continua.